18 agosto 2018

PUNTURE DA RICCIO DI MARE


di R. Paglialunga

Chi di voi non e mai entrato in contatto con un riccio in mare??? Casualmente o per inadempienza un po' tutti....., ma quanti effettivamente sanno come ci si comporta in questi casi??????
I ricci di mare sono animali marini ricoperti di piastre calcaree più o meno mobili, da cui sporgono escrescenze spinose e a volte velenose. Appartenenti alla famiglia degli echinodermi, i ricci di mare sono presenti su tutto il globo e possono arrecare un danno che va dalla semplice escoriazione fin anche al decesso. Se non eradicate e/o trattate correttamente, le spine possono migrare nei tessuti più profondi e determinare una lesione ossea e persino del sistema nervoso centrale o periferico.

La diagnosi in genere è presto fatta. Ciò che molti non sanno è che le spine di riccio sono evidenti anche alle radiografie. Tale metodica risulta utilissima nel localizzare gli aculei all'interno dell'organismo e, di conseguenza, nel guidare una mano esperta a toglierle.
I SINTOMI
Come anticipato, alcune punture da echinodermi presenti nell'est Oceania possono causare la morte del malcapitato (in genere sub o apneisti dalle mani lunghe). Fortunatamente da noi nel Mediterraneo questo pericolo non c'è, ma il contatto con le spine determina comunque alcuni fastidi.
·         intenso dolore radiante può persistere fino a 6 ore
·         parestesia
·         ipotensione
·         gonfiore e arrossamento
·         possibili attacchi di panico
·         shock anafilattico, sempre in agguato
·         difficoltà motoria, respiratoria e del linguaggio fino alla paralisi completa.

COSA FARE IN CASO DI PUNTURA???
Prima di tutto bisogna ASSOLUTAMENTE disinfettare la zona interessata con prodotti a base di cloro o attraverso pediluvi con acquae e sale.
Una volta alleviato il dolore della puntura, bisogna (ahimè) procedere ad estrarre SINGOLARMENTE le spine con aghi e pinzette possibilmente sterili. Questa operazione è indispensabile per evitare infezioni. Può essere d'aiuto fare delle spugnature con aceto o applicare compresse di acqua a 45°C. Le spine infatti, anche se staccate dal riccio, continuano a inoculare tossine.
Per quelle spine profonde, un rimedio utile è il sapone da barba. Messo sulla zona arrossata e lasciata asciugare, fa si che gli aculei vengano avvicinati all'esterno per poi essere tolti più facilmente.
Tenere sempre e comunque sotto monitoraggio la zona colpita per evitare infezioni.
Se necessario, nei casi più gravi, tenersi pronti a praticare la Rianimazione Cardio Polmonare(RCP) e in ogni caso contattare immediatamente il Servizio Medico d-emergenza (SVA o 118).
Se non si è addestrati al BLSD sarebbe il caso di partecipare ad un corso ad hoc. Il DAN offre una vasta gamma di corsi per l'addestramento in tutte le situazioni d'emergenza.


Pochi ma semplici accorgimenti consentono di evitare problemi legati all'impatto con animali dannosi. Innanzi tutto bisognerebbe informarsi sulla presenza o meno di tali specie marine, visionare eventuali avvertenze e attenersi alle indicazioni dei cartelli presenti in loco.
Non camminare MAI scalzi in acqua.

CURIOSITA'
Tra i ricci di mare, uno dei più belli in assoluto e il riccio a fiori (toxopneustes pileolus).
Di dimensioni modeste (può raggiungere i 14 centimetri), si presenta come un cuscinetto costellato di petali dal colore biancastro, giallo o rosato, con la parte centrale rossiccia e il margine bianco. Le spine si trovano tra i petali e sono di colore rosa con la punta bianca. La punta in realtà termina con dei pedicelli a forma di pinzetta a tre denti che inocula il veleno. Il riccio a fiori si trova principalmente nelle regioni Indo-pacifiche e nel Mar Rosso. Non sono assolutamente aggressivi, ma non vanno assolutamente toccati. Rappresentano infatti la specie più velenosa dei ricci di mare e possono essere anche mortali per l-uomo.

Molto simile al riccio a fiori è il riccio a spicchi (tripneustes gratilla). Le sue pinzette tuttavia sono molto più piccole e difficilmente riescono a forare ed iniettare le tossine nelle dita di un uomo adulto. Si presentano come dei cuscinetti di colore bruno-nerastro o tendente al blu-viola, costellati da dieci bande più chiare da cui escono le corte spine di colore bianco o arancio.

Il riccio di fuoco (asthenosoma varium) è una delle specie più grosse (fino a 20 centimetri di diametro). Dalla forma a cuscinetto di color arancio, ha due tipologie di spine:
- spine lunghe e disposte in disordine che partono dalla regione inferiore per rivolgersi verso il basso
- spine corte dall'aspetto di colonnine di perle disposte nella parte superiore, sede di moltissime varietà di crostacei che si rifugiano tra gli aculei.
La sua puntura seppur non mortale puo essere molto dolorosa e persistere per alcune ore.
 

*(Alcune informazioni sono state trascritte da "CREATURE PERICOLOSE DEI MARI E DEGLI OCEANI" di Sebastiano Guido, Megenes Editore, di cui si consiglia la lettura per maggiori dettagli.)

23 luglio 2018

Bagno dopo mangiato: un falso mito da sfatare

di R. Paglialunga

Alzi la mano chi non ha sentito da bambino almeno una volta la frase: "Non fare il bagno dopo mangiato". Tormentone di grandi e piccini, stiamo parlando delle classiche due/tre ore di attesa sotto i raggi infuocati ad aspettare che la digestione faccia il suo corso.


Cosa centra la digestione?

“Il fattore digestione è poco rilevante, il problema principale è la centralizzazione della circolazione. Ovviamente centralizzando la circolazione, regioni come l'intestino vengono messe in secondo piano rispetto al cervello e al cuore”
Queste sono le parole del Dott. Marco Delli Zotti.

Il rischio paventato da sempre è la congestione, ossia il blocco della digestione dovuto allo sbalzo termico tra la temperatura corporea e quella dell’acqua di mare. Congestione che, va sottolineato, non è un'esclusiva del tuffo in mare: analoghi rischi ci sono anche per avere consumato una bibita molto fredda o nel passaggio da un ambiente caldo a uno con aria condizionata alta.
Ma è davvero così? Nessuno studio lo dimostra. Questo però non significa che tuffarci dopo un’abbuffata sia una buona idea.
Curiosamente, la regola delle tre ore è più una preoccupazione nostrana che di altri Paesi, dove magari si suggerisce di aspettare un’ora.
Di fatto, i dati scientifici sulla connessione tra i pasti prima del bagno e il rischio annegamento sono pochi, tanto che la International Life Saving Federation definisce infondata la raccomandazione di evitare il bagno dopo i pasti.

L’annegamento nei giovani

Tra le principali cause di morte nel Mondo nei ragazzi c’è anche l’annegamento. Nei bambini questa causa raggiunge 1/3 dei casi, persino in piscina. Uno dei principali fattori di rischio è lo shock termico, lo sanno bene anche gli atleti che prima di tuffarsi in piscina fanno una doccia fredda. 

L’improvviso calo di temperatura è determinante, si deve soprattutto all'acqua che arriva alla testa. Tutti quanti avrete sperimentato la situazione in cui al mare qualcuno vi getta per scherzo una secchiata d'acqua alle spalle. Non tutti trovano la cosa divertente, la sensazione è piuttosto brutta, ci manca il fiato. Immaginate che questa sensazione duri qualche secondo di più, in mezzo al mare potrebbe costarvi la vita. Così i bagnanti adulti per esperienza avranno imparato che è bene bagnarsi gradualmente prima di tuffarsi, anche senza conoscere le casistiche di annegamento. Ma ci sono certamente tanti altri fattori di cui tener conto.

Consumare alcolici è più rischioso???

Nel 70% dei casi di annegamento troviamo situazioni in cui vengono consumati degli alcolici. I maschi sarebbero più a rischio delle femmine, risultando maggiormente a contatto con l’ambiente acquatico; inoltre consumano più alcol, che è uno dei principali fattori di rischio per l'annegamento.
Assumere alcolici infatti – come spiega il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica (Epicentro), dell'Istituto superiore di sanità – riduce la capacità di affrontare una situazione rischiosa come l’annegamento, inoltre si tende a sottovalutare questo fattore di rischio. Quel ch’è certo, per i bambini – sempre secondo Epicentro – è che la mancanza di sorveglianza è notevolmente più rilevante del pasto consumato e del lasso di tempo tra il consumo e il bagno.

Buon Senso

Anche se i rischi di annegamento vero e proprio vengono da ben altri motivi, e il buon senso (quanto si è mangiato, quanto è fredda l’acqua) è il più utile metro per regolarsi, c’è però da dire che le canoniche tre ore di attesa tra il pasto e il bagno non sono una regola di prudenza campata in aria.
Consideriamo i tempi medi di permanenza dei cibi nello stomaco: un succo di frutta ci mette al massimo venti minuti per passare all'intestino, la frutta impiega circa mezz'ora (20 minuti l’anguria, 40 le mele), la verdura cruda 30-40 minuti, quella cotta 45-50, le patate 60.


I carboidrati vengono generalmente digeriti nel giro di un’ora. Anche al latte scremato e ai formaggi freschi basta un’ora circa, mentre per i formaggi stagionati ce ne possono volere anche 4 o 5.
Se il pasto consumato è a base di pesce, un’ora è più che sufficiente per la digestione, mentre per una bistecca di manzo ne servono 3 o 4, e fino a 5 per il maiale.

Le regole da seguire

Fermo restando che sulla questione esistono solo punti di vista, espressi da vari medici, e non una fonte autorevole a cui affidarsi, il Ministero della Salute nell'ambito del progetto "Educazione acquatica" ribadisce la necessità di attendere almeno tre ore prima di buttarsi in acqua. Ma ecco una serie di consigli per affrontare il momento del bagno in completa sicurezza: 
  • Mai da soli in acqua. Porta sempre qualcuno in acqua che possa intervenire in caso ti sorprenda un crampo, uno spavento, uno svenimento o un trauma anche lieve. 
  • Occhio al freddo: entrate in acqua gradualmente. Il freddo, in acqua, è il vero nemico. Quando la differenza tra la temperatura del corpo e quella dell’acqua è molto alta, lo shock termico può portarti allo svenimento e a un potenziale annegamento. Evita questo rischio entrando in acqua gradualmente, dando tempo al vostro corpo di abituarsi. 
  • Solo pasti leggeri. Non ti diremo di aspettare mezz’ora, due o tre ore dopo un pasto per entrare in acqua: non ci sono prove che questo eviti malesseri, o peggio, ti metta a rischio di crampi e annegamento. È vero però che il pasto impegna gli organi deputati alla digestione, che chiedono quindi un maggior apporto di sangue, a discapito della periferia del corpo e dell’apparato muscolare. Nonostante il nostro fisico sia in grado di far fronte a tutte queste necessità, meglio non impegnarlo in una lunga nuotata o in tuffi dagli scogli, specie se l’acqua è fredda. Per evitare problemi di digestione e di affaticamento, evita i pasti pesanti in spiaggia, in modo da poter entrare in acqua senza remore e senza aspettare ore al sole. 
  • Niente alcol. L’alcol andrebbe evitato. I dati dicono che l’ingestione di alcol aumenta il rischio di annegamento, proprio per l’effetto negativo che le bevande alcoliche hanno su riflessi e attenzione. 
  • Se non ti senti al meglio, non entrare in acqua. Uno stato psicofisico non ottimale può esporti a inutili rischi, specie se le condizioni meteo non sono buone e il mare è mosso. 
  • Dosa le forze. Quanto si entra in acqua è necessario essere consapevoli delle proprie capacità e mai spingersi oltre in sforzi eccessivi. Ricordati che una volta arrivati alla boa, bisogna tornare indietro. E se non sei un abile nuotatore, non spingerti al largo, dove il pericolo è maggiore. 

Come intervenire in caso di necessità???

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Non è una diceria ma una realtà... un corso e un minimo di conoscenza anatomica possono fare la differenza. E se la vita da salvare fosse proprio la tua??? Non vorresti che qualcuno fosse pronto e abile a soccorrerti???

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21 giugno 2018

Allarme Caravella Portoghese nel Mediterraneo

di Dr. Ulrich van Laak

La Caravella Portoghese, così viene chiamata questa medusa dell'Atlantico, non solo ha un melodioso nome latino (Physalia physalis), ma anche un'anatomia estremamente bella. Non è una vera e propria medusa, ma un'unione di tanti singoli polipi. Per questo in inglese viene chiamata letteralmente "stato di meduse". Ogni singolo polipo ha sviluppato una propria specializzazione: la navigazione, la digestione e naturalmente, speciali sistemi di protezione, oltre a un apparato tentacolare urticante per l'attacco e la difesa. Quest'opera d'arte della natura può operare solo come colonia. I singoli polipi da soli non riescono a sopravvivere. La colonia presenta dei corpi galleggianti (pneumatoforesi) e una specie di vela gonfia. Questa è di uno splendido blu-violetto luccicante, quasi puro come un cristallo di roccia e serve per la navigazione sulla superficie dell'acqua. I tentacoli urticanti di questa maestosa medusa possono arrivare ad una lunghezza di oltre 10 metri. Gli esemplari più piccoli con una "superficie della vela", per esempio, di soli 10 cm hanno comunque tentacoli che misurano fino a 2 metri. I tentacoli si estendono in acqua per parecchi metri e sembrano composti da tante perline. Ogni 'perlina' contiene organi urticanti specializzati (nematocisti), che causano punture debilitanti.
Ma basta elogi ora, perché chiunque venga a contatto con questi tentacoli si accorge di quanto diventi insignificante la puntura delle Meduse Criniera di Leone del Mare del Nord e del Mar Baltico in confronto. Il dolore causato dalla caravella portoghese si può definire il "dolore perfetto".
E così dev'essere, dal punto di vista della caravella portoghese, perché la preda deve restare immobile se la colonia vuole riuscire a cibarsi...



Maiorca: un nuovo attacco?

Sebbene l'allarme nel Mediterraneo sia giustificato, di certo non riguarda il surriscaldamento globale, perché nel 1975, da futuro diplomando in studi scientifici, ne ho potuto ammirare ed esaminare con entusiasmo diversi esemplari spiaggiati sulla costa del Mare del Nord, nelle Isole Frisone Orientali. Com'è stato possibile? Nel 1975, interi banchi di meduse atlantiche si sono arenati al largo delle isole Frisone Occidentali e Orientali dei Paesi Bassi.
La Caravella Portoghese non ama il caldo, quindi occasionalmente cerca acque più fredde. Il Mediterraneo non é neanche nella fase del primo attacco. C'è già stata un'ondata di attacchi a Maiorca. Chiunque oggi sa cosa possono fare le caravelle portoghesi lì.
Questa colonia di meduse si comporta come un essere aggressivo-agonizzante, che espande il suo territorio a piacimento, vagando alla deriva, sospinto dal vento e dalle condizioni marine.
Sospetto però che sia, in realtà, essa stessa a controllare il tutto.



Avvelenamento da Caravella Portoghese

Il veleno sprigionato in dieci millesimi di secondo da questo tiratore scelto è altamente tossico e letale per i piccoli organismi marini. L'obiettivo è ovviamente quello di riuscire ad alimentare ed accrescere la colonia. Questa particolare medusa ha scarse competenze in materia di perseguimento penale, ecco perché tutto deve accadere velocemente ed essere il più efficace possibile...
Se una persona subisce la sua puntura, il dolore lancinante, risultato della neurotossina altamente tossica che è presente nel veleno, è talmente forte da non lasciare spazio ad altro. Si dice che paralizzi gli altri organismi marini all'istante. L'uomo, come anche un bambino, è comunque troppo grande e sopravvive all'attacco quasi in tutti i casi. Le rare morti causate sono di natura secondaria, come per infarto cardiaco dovuto a stress o per gravi reazioni allergiche associate al veleno. L'unica medusa che rappresenta una minaccia per la vita umana è la Cubomedusa del Pacifico (Chinorex fleckeri), il cui veleno, presumibilmente uno dei più forti in natura, può uccidere anche gli adulti.
Dopo la dolorosa puntura della Caravella Portoghese, si sviluppano gravi lesioni cutanee nella zona interessata, cioè dove il dolore fortissimo era stato avvertito in precedenza. Il paziente ha quindi assoluto bisogno di una terapia dermatologico-tecnica a base di cortisone, in modo che possa essere contrastata la formazione di cicatrici antiestetiche.


Primo soccorso dopo la reazione urticante

L'articolo dovrebbe fornire chiare indicazioni sul corretto trattamento iniziale. Il discorso però è complicato, perché da quando faccio parte del settore medico-subacqueo, e cioè da quasi 4 decenni, mi sono imbattuto in pubblicazioni che propongono rimedi audaci, spesso ripetuti ma mai comprovati. Qualche esempio: lievito in polvere, schiuma da barba, risciacquo con acqua dolce, risciacquo con urina, alcol.... Tutto questo si crede che possa neutralizzare l'attacco velenoso della medusa.
Di certo portate sempre lievito e schiuma da barba insieme alla vostra attrezzatura subacquea, vero? In caso contrario, almeno non dimenticate urina, acqua dolce o alcol. Mi spiace però affermare che non serviranno a nulla, perché nessuno di questi rimedi funziona. Semmai, non faranno che peggiorare le cose.

Chiediamo alla scienza

Fortunatamente, dal 2017 esistono rimedi provati sperimentalmente.
Se è vero che la puntura di Caravella Portoghese provoca forte dolore, fortunatamente colpisce con cautela, perché usa solo l'1% della sua potenza di fuoco. Ciò significa che la maggior parte dei suoi organi urticanti rimane inattiva. Se già all'1% fa così tanto male e causa lesioni cutanee così brutte, cosa succederebbe se l'intera armata si ribellasse? Un disastro. Si è quindi capito che è importante mantenere il 99% del suo potere velenoso dormiente durante il primo soccorso.
Come indicato dagli scienziati delle Hawaii, i "rimedi della nonna" come lievito in polvere, schiuma da barba, urina, acqua dolce e alcol fanno sì che la Caravella Portoghese abbia a disposizione anche il rimanente 99% della sua potenza di fuoco, perché i tentacoli già strappati molto tempo prima (giorni!) sono veri e propri organismi indipendenti.
Un antidoto sicuro all'emissione velenifera della Caravella Portoghese é il normale aceto domestico non diluito. Si dovrebbe sempre portarlo con sé, quando si è in zone dove vive questo organismo. E' necessario almeno il 5% di acido acetico, non diluito. Se l'aceto puro non è disponibile, l'acqua salata è il modo migliore per sciacquare via le cellule urticanti. È disponibile ovunque, perché la puntura, quando si verifica, non può che essere associata all'acqua salata. Per contro, lo sfregamento con sabbia e la raschiatura delle cellule urticanti con il dorso di un coltello potrebbero collocarsi nella fascia del 99% di falsi rimedi che scatenano ulteriori reazioni urticanti.



Minimizzare il rischio

Prevenire è molto semplice: indossare una protezione completa in neoprene.
Nelle zone dove sono state individuate Caravelle Portoghesi, i subacquei dovrebbero sempre immergersi con muta lunga, cappuccio e guanti. I soccorritori dovrebbero almeno indossare i guanti, perché anche solo sfiorare i tentacoli provoca la stessa reazione e gli stessi rischi di un contatto dal vivo con la medusa.
Se qualcuno avvista una caravella portoghese, che di solito è facilmente riconoscibile dalla sua vela, è necessario mantenere un'ampia distanza e, se necessario, avvertire le persone nelle vicinanze. I bambini che fanno il bagno sono più a rischio degli adulti, a causa della loro bassa massa corporea.
Una bottiglia di aceto domestico è il miglior trattamento immediato sul punto colpito dalle cellule urticanti. E' opportuno averlo sempre a portata di mano nelle aree a rischio. In caso contrario, sciacquare i tentacoli / cellule urticanti con acqua di mare, ma senza strofinare. Solo pochissime cellule urticanti vengono attivate quando la parte brucia e provoca dolore. Qualsiasi altra azione può solo aggravare l'evento, attivando le cellule urticanti ancora dormienti. Se doveste avere la sfortuna di essere punti, ricordate: mantenete la calma, il contatto con la Caravella Portoghese non è per nulla piacevole, ma mai fatale.

28 maggio 2018

Quando gli eroi di carta s’immergono

di Claudio Di Manao


È il 1952 e devono passare ancora cinque anni prima che esca 'Il Mondo del Silenzio', premiatissimo film di Jacques Cousteau e Louis Malle, ma la subacquea e il mondo sottomarino già stuzzicano la fantasia di George Shed, disegnatore tra gli altri di Capitan America. Dalle sue matite nasce Marlin Keel, biondo e prestante oceanografo, il primo eroe prettamente subacqueo, forse il primo ad indossare maschera e pinne, oltre al solito scafandro da palombaro con tanto di elmetto.
Le tavole escono per il Sunday Comic Strip nel 1952, ma è forse troppo presto per un pubblico che ancora pensa che la subacquea sia un'attività destinata a professionisti e ai corpi speciali della marina. Marlin Keel cessa di uscire nel 1954. La subacquea di carta dovrà aspettare fino al 1956 ed accontentarsi di sporadici episodi di Fightin’ Navy, della Charlton Comics Group, e di Navy Combat della Marvel, storie ambientate nel recente conflitto mondiale.



IL BOOM

Coincide con gli anni 1960 - 62. Il film di 007 Thunderball non è ancora uscito, ma gli autori del fumetto sanno già cosa sta succedendo in giro. Proliferano i documentari subacquei. Maschere, pinne, bombole e autorespiratori garantiscono una libertà di movimento inedita. Le prime attrezzature per subacquei ricreativi compaiono nei negozi di nautica e pesca. La subacquea s’affaccia nell’immaginario collettivo e bussa alle menti creative. Il ‘what if’, scintilla primèva di ogni fiction, trova i suoi punti d’appoggio nella curiosità generale, nell'esperienza sottomarina divenuta accessibile ad un pubblico più vasto. La subacquea irrompe nel fumetto sia d'avventura che disneyano.
Da Mandrake a Tom & Jerry, da Johnny Hazard a Paperino, nel 1962 con maschere e autorespiratori s'immergono praticamente tutti i grandi personaggi. Nessuno vuole restare all'asciutto.



GLI EROI

Nello stesso anno nascono i primi eroi subacquei, le serie dedicate.
La Dell Comics ispirandosi ad una fortunata serie TV per ragazzi pubblica Diver Dan, un eroe ancora configurato da palombaro, ma saranno i Frogmen a lasciare il segno nei cuori dei lettori e dei collezionisti. Gli eroi sono Steve Randall e Jim Collins, investigatori subacquei ed ex militari della marina, reduci della Seconda Guerra Mondiale, alle prese con misteri e delitti da risolvere sul fondo del mare.




Da vari autori escono tavole a quattro colori, 15 Cent a copia, sempre per la Dell Comics. Sempre
prolifico il settore di storie di guerra.

BUDDY CHECK

Le attrezzature, tranne che nei fumetti dedicati, sono quasi spesso preoccupanti. Paperi e altri beniamini dei piccoli s’immergono con globi trasparenti che ricordano la vaschetta del pesce rosso, le fruste degli erogatori vanno e vengono, ed il GAV anche negli anni ’80 - '90 resta per lo più uno sconosciuto. Le dotazioni irrinunciabili restano asce, coltelli, fiocine e fucili, e mine. 



ENVIRONMENTAL UNFRIENDLY

Squali squartati, piovre giganti fatte esplodere, orche assassine. Le creature marine sono alla stregua dei mostri spaziali. In quell’ambiente ostile il nemico non è il mancato rispetto delle tabelle, ma i suoi misteriosi abitanti. Un plauso va al fumetto sexy del filone non horror: il mare come alcova, i coralli come tovaglie di pizzo di un ristorantino intimo, e ai paperi che al massimo neutralizzano una piovra famelica con un barile di pepe.



IL RETAGGIO

Negli anni ’60 e ’70 quelli che s’immergevano se non erano paperi o gatti erano eroi, avventurieri capaci di affrontare rischi mortali a colazione. Oggi s’immerge chiunque abbia voglia di completare un breve corso subacqueo, portandosi dietro il dubbio e l’autoironia dei Peanuts. Il fumetto subacqueo si riduce a poche strisce e vignette, nell’era delle nicchie e delle specializzazioni diventa articolo per subacquei.
Dalla striscia nella rubrica Beachcomber, su Diver, a Sherman’s Lagoon, i personaggi il più delle volte sono pesci e creature dei fondali che commentano la nostra presenza a casa loro, oppure subacquei alle prese con situazioni surreali, con le loro nevrosi.


8 maggio 2018

RCP su donne in gravidanza

di R. Paglialunga

BLS-D è la sigla (BASIC LIFE SUPPORT - DEFIBRILLATION), delle manovre da impiegare in caso di intervento su di una vittima di arresto cardiaco.
Uno degli spauracchi dei soccorritori è l'eventualità di rianimare una donna incinta per i dubbi relativi agli eventuali danni al feto che potrebbero derivare dall'esecuzione della RCP (RIANIMAZIONE CARDIO - POLMONARE), cioè del massaggio cardiaco e dalla defibrillazione, oltre che a dubbi sulle eventuali variazioni da porre in essere dovute alla diversa fisiologia di una paziente incinta.

Il procedimento è simile alla RCP standard, ma necessita di alcune variazioni.
Si deve tener presente che l’utero gravido è di dimensione maggiore e con la donna in posizione supina, tende a comprimere l’aorta addominale e , soprattutto, la vena cava inferiore che riporta il sangue dalla estremità inferiore del corpo al cuore. 
Quando questa viene schiacciata, si ha una brusca diminuzione del ritorno venoso al cuore con conseguente crollo della pressione arteriosa.
L'aumento del volume corporeo comporta inoltre un innalzamento del diaframma e una conseguente diminuzione della capacità funzionale respiratoria residua dal 10% al 25%. Questo, unito all'aumentato consumo di ossigeno causato dalla necessità di sopperire anche alla respirazione del feto porta a una più rapida evoluzione verso l'ipossia.

Immagine correlata

Ovviamente una donna incinta, a causa dell'ulteriore irrorazione del feto, si rileva un aumento dal 30% al 50% del flusso sanguigno in uscita dal cuore e questo comporta un aumento medio del battito cardiaco di 15-20 bpm

La presenza del feto quindi modifica i rapporti tra addome e torace, per cui le mani per effettuare le compressioni toraciche devono essere poste leggermente più in alto rispetto a quanto siamo abituati a fare (1-2 spazi intercostali più sù). In alternativa o in presenza di situazioni particolari che impediscono lo slittamento delle mani verso l'alto, le stesse possono essere poste nella loro posizione classica per le compressioni toraciche.
Per quanto riguarda la posizione della donna, invece, le cose sono un pochino più complicate.
Alcuni studi ci dicono di inclinare la paziente verso sinistra; tuttavia ciò comporta una evidente inefficacia nell'esecuzione delle compressioni toraciche per cui la raccomandazione è di eseguire le RCP con la paziente supina preferendo la manovra di dislocazione manuale dell'utero verso sinistra (LUD) a una o due mani.




Se è necessaria la Defibrillazione, si può effettuare con le normali modalità di sequenza ed energia di scarica. L'unica raccomandazione è nella posizione delle placca laterale che non va posta sul tessuto mammario.
Non vi è alcuna evidenza che le scariche del Defibrillatore Semiautomatico (DAE) abbiano un effetto negativo sul feto.

In definitiva quindi, a parte la LUD e l'eventuale posizionamento alternativo delle placche nel caso di imponente massa mammaria, non vi sono differenze nel BLSD sulla donna in gravidanza.

26 aprile 2018

Immersione subacquea ed impianti dentali

di Laurence Stein

Molte persone stanno decidendo di sostituire i denti caduti o mancanti con degli impianti dentali. Le soluzioni tradizionali per la sostituzione dei denti mancanti includono i seguenti tipi d’impianti: i ponti, le protesi dentali parziali rimovibili o le protesi dentali totali. In qualità di Odontoiatra e di consulente odontoiatra del DAN, di Scubadoc (Il sito web online di medicina subacquea: http://scuba-doc.com) e di ScubaBoard (www.scubaboard.com), ho constatato un aumento del numero di domande inerenti agli impianti dentali ed alla pratica dell’attività subacquea. Posti vicino al boccaglio dell’erogatore, gli impianti dentali sono assimilabili a tutti gli altri spazi aerei che devono essere compensati nel corso dell’immersione. Questo genera una serie di domande da parte dei subacquei, che spaziano da “Dopo un intervento chirurgico d’implantologia dentale, quanto tempo devo spettare prima di poter tornare ad immergermi?” a “La pressione applicata al boccaglio dell’erogatore può influenzare gli impianti che ho in bocca?”.
Un breve riassunto di storia degli impianti dentali
A quando risalgono l’arte e la scienza dell’implantologia? Certe evidenze archeologiche suggeriscono che alcune antiche civiltà abbiano tentato di reimpiantare i denti perduti sostituendoli con denti di legno intagliato o di avorio. Nell’ottocento, nelle mascelle umane furono impiantati denti d’oro e, in seguito, di platino. Questi tentativi però furono infruttuosi. Il Dott. Alvin E. Strock riuscì ad inserire i primi impianti con successo presso l’Università di Harvard nel 1937. Questi impianti erano costituiti da un tipo d’acciaio inossidabile chirurgico denominato vitallium, una lega di cromo, cobalto e molibdeno (un elemento metallico grigio) comunemente utilizzata per le protesi dentali parziali rimovibili. Lo svedese Gustav Dahl eseguì il primo impianto sub-periosteo, un impianto osseo, nel 1948. Poi, nel 1967, Leonard Linkow, Ralph Roberts e Harold Roberts introdussero l’impianto endo-osseo laminare, anch’esso un impianto osseo. Infine, nel 1981, il Dott. Per-Ingvar BrOEnemark, un chirurgo ortopedico svedese, introdusse il sistema d’impianto con innesto radicale di titanio endo-osseo. Il sistema d’impianto con innesto radicale è il prototipo del più comune impianto dentale utilizzato al giorno d’oggi. La chiave del suo successo sta nell’impiego del titanio. Nel 1952, mentre BrOEnemark stava compiendo degli studi sulla guarigione ossea nei conigli, inserì una piccola piastra di titanio dotata di una lente nell'osso dei suoi animali da laboratorio. Questo gli permise di sbirciare microscopicamente nell'osso e di osservare tangibilmente il processo di guarigione.
Risultati immagini per impianti dentali e subacquea
L’osteointegrazione
Alla fine degli esperimenti, quando BrOEnemark tentò di rimuovere la piastra di titanio, si accorse che l'osso circostante si era legato con il metallo. Egli denominò questa fusione dell’osso con il metallo osteointegrazione. Attraverso questa scoperta, divenne possibile impiantare con successo denti ed altre protesi ortopediche.
Le procedure chirurgiche
Il primo passo è quello di rimuovere il dente dalla zona dove è venuto a crearsi il problema. Potrebbe poi rendersi necessario fare un innesto osseo per creare una zona adatta al futuro impianto; la procedura potrebbe consistere nel riempire parzialmente i seni mascellari del paziente, per conferire all’osso uno spessore verticale sufficiente a sostenere l’impianto nella parte posteriore superiore della bocca. In casi estremi, per ripristinare la perdita di tessuto osseo, può essere necessario prelevare dell’osso da zone dell’organismo dove esso è più consistente, come ad esempio dall'anca, o utilizzare fonti artificiali. Le variabili che influenzano la ripresa dell’attività subacquea, sono l’intervento chirurgico, il periodo necessario a guarire e le protesi inserite. Generalmente, se c'è un dente mancante e l'osso possiede le dimensioni idonee, il chirurgo pratica un buco nell'osso di dimensioni appropriate utilizzando punte di trapano di opportuna grandezza. L'impianto viene quindi filettato al suo interno. Poi s’inserisce una vite o una spalla di sostegno terapeutica (rinfianco curativo) in cima all'impianto. Dopo di che occorre attendere un periodo di quattro - sei mesi per permettere all’impianto di osteointegrarsi. Per evitare un secondo intervento chirurgico, attualmente molti chirurghi utilizzano i rinfianchi curativi che s’infilano appositamente attraverso le gengive durante il periodo di guarigione. Quando l'impianto è pronto per essere ripristinato, questo rinfianco viene semplicemente svitato dall’odontoiatra. Dopo il periodo di osteointegrazione, l'impianto viene ri-esposto chirurgicamente e, per portare a termine la ricostruzione, vengono quindi fissate le protesi.
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Evitare le immersioni e le pressioni sull’arcata dentale
Fino ad oggi gli odontoiatri non hanno ancora sviluppato raccomandazioni uniformi inerenti alla chirurgia orale ed all’attività subacquea: generalmente, più è complicato l’intervento chirurgico, più lunga è l'attesa prima di potersi immergere. Eventuali complicanze post-operatorie allungheranno maggiormente il tempo d’attesa, così come lo allungano qualsiasi condizione medica dovesse nel frattempo sopravvenire, l’uso del tabacco ed il consumo di alcool. Durante il processo di osteointegrazione post-chirurgico, è necessario evitare qualsiasi cosa che potrebbe esercitare pressione sulla zona dell'impianto o che potrebbe coprire la vite o il rinfianco curativo. Immergersi troppo presto dopo l’intervento chirurgico, con la pressione che ne deriva, per quanto leggera essa sia, potrebbe danneggiare il sito dell’impianto. Per esempio, se le alette del boccaglio dell’erogatore poggiano sul sito dell’impianto, trasmettendo la forza del morso, possono provocare l’insuccesso dell'impianto.
Oltre ad evitare le immersioni, nel corso del periodo di guarigione, è anche consigliabile mangiare cibi più morbidi ed evitare di masticare sull’area dell’intervento chirurgico. Il rischio di danni risulta maggiore durante le prime quattro settimane dopo l’intervento, poi decresce.
Occorre pure tener conto di altre considerazioni. Per evitare altre possibili complicazioni associate con la chirurgia orale, bisognerebbe sospendere l’attività subacquea finché:
  • non si ristabilisca un’adeguata rivascolarizzazione (ripresa del flusso di sangue);
  • l’impianto non si stabilizzi;
  • non cambi la pressione delle cavità orale e sinusali;
  • non si ripristini la capacità del paziente di tenere l’erogatore in bocca; e
  • si assumono farmaci per controllare il dolore o le infezioni.
Considerazioni sulla Rivascolarizzazione
Gli scambi gassosi, come quelli cui è sottoposto l’organismo quando ci s’immerge, con susseguente ingresso e fuoriuscita di azoto, sono parzialmente una funzione del sistema vascolare (la disposizione dei vasi sanguigni) dei tessuti locali. La semplice estrazione determina rapidamente la formazione di nuovi vasi sanguigni nell’area interessata (rivascolarizzazione). Similmente, anche la zona d’estrazione della vite di sostegno (preservazione dell’impianto) si rivascolarizza rapidamente. Per poter tornare ad immergersi dopo un semplice intervento di estrazione occorre aspettare un periodo di una – due settimane.
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Gli innesti d’osso incidono sui tempi di recupero
Le procedure d’innesto e la chirurgia dei seni sono più complesse e richiederanno periodi di attesa più lunghi. Più è vasta la zona interessata all'innesto, maggiore sarà l'attesa. Alcuni medici raccomandano di evitare qualsiasi attività che causa micro-movimenti per almeno sei mesi. Attualmente occorre circa un anno perché nella zona dell’innesto l’osso guarisca completamente. Malgrado l’immergersi prima dei 12 mesi non dovrebbe causare problemi, sarà il vostro medico a determinare il periodo giusto. Anche se il vostro medico non è un subacqueo, seguite i suoi consigli. La quantità e la qualità dell'osso innestato, inoltre, influiscono sui tempi d’attesa prima di poter tornare ad immergersi. Alcuni soggetti hanno ossa molto dense e dure, mentre altri hanno ossa spugnose e deboli. Questo influisce in misura primaria sulla stabilità degli impianti. Gli impianti inseriti in un osso denso e duro, sono meno suscettibili ai micro-movimenti di cui sopra.
L'opposto, invece, capita per un osso spugnoso e debole. Gli impianti inseriti di recente sono molto vulnerabili ai movimenti in un periodo compreso tra le prime due alle quattro settimane successive all’intervento. Gli impianti in questo momento sono un po’ allentati nel sito d’innesto, prima che comincino a stabilizzarsi. Occorre evitare di praticare l’attività subacquea durante il periodo iniziale di osteointegrazione. Perchè l’impianto si stabilizzi, bisogna aspettare un periodo che va da almeno 5 settimane ai circa due mesi. Qualora nella zona interessata sia stato eseguito anche un innesto osseo, occorre aspettare per tempi più lunghi.
Portare a termine il lavoro di implantologia
Durante il periodo di guarigione dell'impianto, generalmente il paziente non porta nulla in quest’area; oppure lui / lei può portare una protesi provvisoria, che però generalmente non è attaccata all'impianto/i che si sta stabilizzando. Una dentiera parziale rimovibile e provvisoria è un esempio di quanto appena detto. Molti anni addietro, i chirurghi hanno sviluppato dei protocolli per venire incontro ai pazienti ed aiutarli ad ottenere più rapidamente le loro protesi definitive. Tutte le protesi provvisorie sono generalmente realizzate in plastica e sono ancorate con del cemento o con una vite provvisori. Potrebbe rivelarsi più sicuro mostrarsi più prudenti ed aspettare fino a che il lavoro non sia completamente finito, prima di tornare ad immergersi. Infatti, se il cemento provvisorio dovesse allentarsi o la plastica rompersi, potrebbe presentarsi il pericolo di aspirarne dei pezzi (ingoiando la protesi provvisoria). Dopo un periodo che va dai quattro a sei mesi, richiesti per il processo di osteointegrazione, il vostro odontoiatra prepara la protesi definitiva – che può consistere in una corona sostenuta dall’impianto, in un ponte fisso o in una dentiera amovibile fissa -.
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Una volta che gli impianti dentali si siano completamente osteointegrati e che le protesi definitive siano state inserite, non vi è nulla di inerente alle immersioni che possa minacciare l’integrità degli impianti o delle protesi. Gli spazi progettati negli impianti per sostenere le viti di copertura, le spalle e le protesi sono piccoli e sono completamente racchiusi nella struttura di titanio. Non vi sono spazi aerei di comunicazione tra gli impianti ed i tessuti circostanti. La struttura dell'impianto è forte abbastanza da resistere a qualsiasi differenza di pressione che potrebbe verificarsi qualora piccole quantità di gas dovessero arrivare fino a questi spazi. Considerazioni Aggiuntive Le protesi che ricoprono gli impianti possono presentare gli stessi, benché estremamente rari, problemi dei denti associati con le immersioni subacquee. Può capitare che la porcellana si rompa o che il cemento non tenga, e l’impiego degli impianti non offre alle protesi dentali alcuna facoltà speciale per resistere a queste eventualità.
Alcuni dispositivi sostenuti dagli impianti sono cementati, ed in quanto tali, una rottura del cemento dovuto ai cambi di pressione è possibile. Ma questi sono eventi alquanto rari. Alcuni odontoiatri preferiscono usare un tipo di cemento provvisorio più debole, sotto le corone ed i ponti permanenti definitivi. Questo permette, qualora si rendesse necessario, la futura rimozione della protesi. Altri odontoiatri eseguono la cementificazione degli impianti come quella dei denti ed utilizzano il cemento permanente. La loro filosofia è la seguente: “Se non sono preoccupato dal cemento permanente per i denti, perchè dovrei preoccuparmene per gli impianti?”. Sarebbe saggio informarsi se, per fissare la vostra protesi, il vostro odontoiatra ha utilizzato cemento provvisorio o quello permanente. Le probabilità che una protesi fissata con cemento provvisorio venga via sono basse, ma dovreste essere consapevoli che, nel caso accada, questo potrebbe rivelarsi un problema.
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Generalmente, se avete un impianto e / o una protesi da più di un anno, con ogni probabilità non vi saranno fallimenti come risultato di una perdita di osteointegrazione. Tuttavia, vi sono altri modi con cui una protesi possa fare fiasco. Questi non sono correlati all’intervento chirurgico, al posizionamento o alla guarigione degli impianti: si sono verificati rari esempi di rottura dell'impianto, di rottura della spalla o di mancata tenuta della vite. Questi di solito sono associati con un morso molto forte, un trauma, una scarsa programmazione del trattamento o alla rottura dei materiali. Le immersioni generalmente non provocano tali fallimenti. L'aumento dell’impiego degli impianti dentali rende molto probabile che dei subacquei si ritroveranno ad immergersi con questi apparecchi. Sebbene vi siano alcuni aspetti delle procedure d’implantologia e di protesi dentale che limitano temporaneamente la partecipazione di un subacqueo alla pratica di questo sport, non vi sono preclusioni alle immersioni per quei soggetti che si sono sottoposti ad impianto con successo. Un colloquio completo col vostro chirurgo e col vostro odontoiatra farà sì che i vostri impianti abbiano successo e che le vostre immersioni siano sicure.

4 aprile 2018

Come ridurre al minimo gli effetti del jet lag

di Petar Denoble

La prossima vacanza subacquea mi porterà all’altro capo del mondo. Ma ogni volta che attraverso un po’ di fusi orari soffro di jet lag in modo piuttosto pesante e non senza conseguenze sulla mia capacità di immergermi in sicurezza. Cosa posso fare per ridurre gli effetti del jet lag?
I viaggi aerei a lungo raggio che attraversano diversi fusi orari causano il jet lag, una sindrome che dipende dallo sfasamento dei nostri ritmi circadiani rispetto all’orario nella nostra destinazione. I sintomi comprendono stanchezza, fame e stato di veglia nei momenti sbagliati della giornata. Fortunatamente, in pochi giorni, il nostro orologio interno si sincronizza con l’ambiente. Più fusi orari attraversiamo, più sono evidenti i sintomi della sindrome e più tempo è necessario per ristabilirsi.
Per ridurre al minimo gli effetti del jet lag possiamo mettere in atto le seguenti strategie:

Prepariamoci: prima del viaggio spostiamo gradualmente l'orario per andare a dormire e avviciniamolo a quello che troveremo a destinazione. Per viaggi verso est andiamo a letto un’ora prima per tanti giorni quanti sono i fusi orari che attraverseremo. Per le tre o quattro ore prima di coricarci evitiamo di assumere caffeina e alcol e anche di fare esercizio fisico. La mattina alziamoci prima e usciamo al sole, per aiutare il nostro corpo ad adattarsi. Per viaggi verso ovest, andiamo a letto più tardi e alziamoci più tardi.



Dormiamo in aereo: perdere il sonno amplifica gli effetti del cambiamento repentino di fuso orario. Durante il sonno la temperatura corporea cala e l'attività di alcuni ormoni cambia. La sera, quando cala l'oscurità, la ghiandola pineale secerne melatonina, un ormone che agevola il sonno ma che non è sufficientemente forte per bastare da solo a farci dormire. Per addormentarci in aereo evitiamo alcol e caffeina, che ci tengono svegli, e utilizziamo tappi per le orecchie e una mascherina per ridurre il rumore e simulare il buio della notte. Eventualmente, potremmo considerare l’assunzione di 0,3-1 mg di melatonina 30 minuti prima dell’ora alla quale di solito andiamo a dormire.

Rispettiamo degli orari: una volta a destinazione, cerchiamo di rimanere attivi durante il giorno e di andare a dormire alla solita ora la sera. La mattina usciamo e stiamo un po' al sole per aiutare i nostri ritmi circadiani a normalizzarsi. Certo, questo potrebbe non essere fattibile se viaggiamo da un'area dove è estate a una dove è inverno; in questo caso cerchiamo di iniziare la giornata in palestra o in piscina.



Sebbene non crei dipendenza e sia considerata sicura se utilizzata per periodi brevi, la melatonina può indurre mal di testa, nausea, capogiri e irritabilità; inoltre, può interagire con diversi farmaci come gli anticoagulanti, gli immunosoppressori, i farmaci per il diabete e le pillole anticoncezionali. In ogni caso, prima di assumere melatonina consultiamo il nostro medico.
Dopo un viaggio molto lungo, potrebbe non essere una buona idea immergersi subito il primo giorno. Per essere ben riposati per le immersioni del giorno dopo magari abbiamo preso della melatonina prima di andare a letto. Ma è sconsigliato fare attività che richiedano attenzione, come guidare o immergersi, per diverse ore dopo averne presa. Ciò significa che se arriviamo a destinazione a notte fonda e assumiamo l'ormone dopo mezzanotte, dovremmo evitare di fare la prima immersione della mattina.

Lo staff medico del DAN è disponibile a rispondere alle domande mediche relative all'immersione. E' possibile contattarlo via telefono ( i numeri si trovano sulla tessera DAN) o via email (www.daneurope.org/contacts)