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5 febbraio 2019

Effetti dell'attività subacquea sul cervello (Parte 1)

di Jenna Wiley
Se l'attività subacquea possa avere effetti deleteri a lungo termine sulla salute è una questione che riemerge di tanto in tanto, ma rimane ancora senza risposta. È risaputo che le lesioni acute da immersione possono avere complicazioni neurologiche, ma ci sono studi che mostrano lesioni nel sistema nervoso centrale di subacquei che non hanno mai sofferto di malattia da decompressione (MDD). Si tratta di lesioni cerebrali subcliniche, “macchie bianche” rilevate tramite risonanza magnetica (RM), uno strumento molto sensibile alle variazioni cerebrali. Non è chiaro se siano più comuni nei subacquei che nei non subacquei, né è certo che la loro presenza abbia una qualche importanza.
In alcuni studi le misurazioni delle funzioni neurologiche dei subacquei danno risultati anomali. Le misurazioni riguardano valutazioni neuropsicologiche come test di memoria e concentrazione, elettroencefalogrammi (EEG, che rilevano l'attività elettrica nel cervello), tomografie computerizzate ad emissione di fotoni singoli (SPECT, che misurano il flusso ematico cerebrale). Nello studio “Memory Dive” condotto a Ginevra (Slosman DO et al., 2004), la riduzione del flusso ematico cerebrale e delle facoltà neuropsicologiche è risultato associato a una storia di immersioni frequenti (più di 100 all'anno), profonde (a più di 40m) e all'ambiente di immersione (acque fredde).
È difficile stabilire una relazione causale e determinare i meccanismi patologici tra lesioni cerebrali e attività subacquea. Associati a questi risultati appaiono fattori come età, traumi cranici, consumo di alcol, emicranie, fumo, ipertensione, colesterolo alto, infezioni e presenza di forame ovale pervio (FOP). Spesso, le bolle che attraversano le camere cardiache sono rilevate tramite ultrasuoni ma non provocano sintomi; tali “bolle silenti” potrebbero causare lesioni subcliniche.
Alcuni studi si sono focalizzati sul ruolo del FOP, un'apertura più o meno grande tra l'atrio destro e quello sinistro presente in circa il 25% della popolazione. Le bolle dovute allo stress decompressivo possono, in teoria, spostarsi dalla circolazione sistemica al cuore, passare dal lato destro a quello sinistro attraverso il FOP, entrare nella circolazione arteriosa e potenzialmente nel cervello. Questo è il meccanismo dell'embolia paradossa, nella quale un coagulo proveniente da una vena profonda attraversa il FOP e finisce nel cervello dando origine a un ictus. Sebbene il FOP sia considerato un fattore di rischio per le lesioni cerebrali, finora non ci sono prove certe di una relazione causale tra FOP e le lesioni silenti.
È inoltre dimostrato che anche il sistema nervoso centrale degli apneisti mostra delle conseguenze, con lesioni acute simili all'ictus ben documentate. Uno studio svedese ha mostrato che l'apnea volontaria prolungata può aumentare temporaneamente i livelli di una proteina marcatore di danno cerebrale, anche in assenza di sintomi di lesione acuta (Andersson JP et al., 2009). I ricercatori hanno proposto la teoria che l'esposizione a una forte ipossia possa provocare nel tempo danni neurologici. I rischi associati a eventi neurologici asintomatici e i loro possibili effetti a lungo termine nei subacquei rimangono incerti. Chiediamo agli esperti.
Ci sono prove di lesioni cerebrali in subacquei che non hanno mai avuto una MDD?
Richard Moon: In alcuni studi, la risonanza magnetica (RM) ha evidenziato un numero più elevato di lesioni cerebrali nei subacquei rispetto ai non subacquei. Non è ancora stata stabilita una relazione tra il numero di lesioni e il numero di immersioni, il che fa pensare che le lesioni non siano direttamente correlate con l'attività subacquea.
Günalp Uzun: Gli studi condotti negli ultimi 20 anni con lo scopo di chiarire la presunta correlazione tra immersioni e lesioni cerebrali hanno prodotto risultati contraddittori. A causa delle differenze metodologiche non è possibile combinare i dati delle varie ricerche per elaborare conclusioni univoche. Abbiamo trovato una più alta incidenza di lesioni della sostanza bianca in subacquei militari asintomatici rispetto a non subacquei (Erdem et al., 2009), confermando così risultati precedenti. Ma una correlazione positiva non implica sempre un nesso di causalità. La maggior parte di questi studi (compreso il nostro) non stabilisce alcuna relazione significativa tra le lesioni della sostanza bianca e gli indici di immersione. Anche se i subacquei dovessero avere un maggior numero di lesioni della sostanza bianca, la loro rilevanza clinica e l'associazione con sintomi neuropsicologici non sono ancora state chiaramente definite.
Kay Tetzlaff: Molti studi hanno analizzato le RM in diversi gruppi di subacquei, e molti di essi hanno trovato associazioni tra i parametri di esposizione all'attività subacquea e la presenza di lesioni cerebrali rilevate da RM. Eppure non ce n’è stato uno in grado di provare una relazione causale. Un problema alla base dei progetti di studio è il possibile errore di selezione, ossia la possibilità che le lesioni nei subacquei selezionati fossero preesistenti. Di fatto, e per assurdo, gli studi non hanno eliminato l'ipotesi che la decisione stessa di iniziare ad immergersi potesse essere il primo segno di una alterazione neuro-psicologica. Un modo per ridurre le distorsioni potrebbe essere un follow-up longitudinale di un gruppo di subacquei, dall'inizio della loro attività, a confronto con un gruppo di non subacquei, sempre tenendo sotto controllo fattori di rischio confondenti come ad esempio l'assunzione di alcol, il fumo, l'ipertensione e altro. Non abbiamo notizie di studi di questo genere.
Risultati immagini per brain diving
Qual è la relazione tra FOP e lesioni cerebrali?
Moon: Esiste una blanda relazione tra la presenza di un FOP e le lesioni. E comunque non ci sono prove che le lesioni indichino danni cerebrali.
Uzun: le cosiddette "bolle silenti", che possono essere rilevate anche dopo immersioni in acque poco profonde, non producono sintomi clinici e sono generalmente filtrate dal sistema vascolare polmonare. Un FOP, un'apertura tra gli atri destro e sinistro, può funzionare come punto di ingresso delle bolle silenti nella circolazione arteriosa. C’è l’ipotesi che queste bolle possano ostruire i piccoli vasi cerebrali e causare lesioni della sostanza bianca. In effetti, alcuni studi hanno dimostrato che i subacquei con FOP sono a maggior rischio di lesioni della sostanza bianca rispetto a subacquei senza FOP. Ai subacquei asintomatici non consigliamo di sottoporsi ad analisi per rilevare un FOP, ma per ridurre il rischio di MDD un subacqueo che sa di averlo deve attenersi a profili d’immersione conservativi.
Tetzlaff: Un PFO aumenta il rischio di malattia da decompressione (MDD) e di conseguenza può aumentare anche le lesioni cerebrali rilevate dalla risonanza magnetica. Uno studio clinico ha calcolato che in subacquei con un FOP i casi di MDD sono 4,5 volte più frequenti e l'incidenza di lesioni cerebrali ischemiche è doppia rispetto a subacquei senza FOP (Schwerzmann M et al., 2001). Va comunque evidenziato il fatto che anche immergersi con un FOP non presenta rischi se lo si fa secondo i criteri adeguati. Sottolineiamo che non è il FOP a provocare le lesioni, bensì la presenza di bolle durante o dopo l'immersione. La quantità di bolle può essere ridotta al minimo evitando fattori di rischio come immersioni profonde, con decompressione, in acque fredde.
Quali sono altri possibili meccanismi di formazione delle lesioni cerebrali note come macchie bianche?
Moon: Potrebbero essere correlate ai normali processi di invecchiamento come i cambiamenti nei vasi sanguigni.
Uzun: Le macchie bianche nella risonanza magnetica sono effettivamente comuni negli anziani. Possono essere associate a traumi cranici, consumo di alcol, emicrania, fumo, ipertensione e/o colesterolo alto. È comunemente accettato che le lesioni della sostanza bianca rappresentano un danno parenchimale dovuto a disturbi cerebrovascolari o a ischemia cerebrale.
Tetzlaff: Le iperintensità alla RM della sostanza bianca vengono considerate segnali tipici della malattia cerebrale dei piccoli vasi. I correlati patologici sono vari, e la maggior parte punta verso le iperintensità della sostanza bianca come un riflesso del carico ischemico dei piccoli vasi. Le associazioni cliniche predominanti sono con ictus, deficit cognitivo e demenza. La prevalenza di iperintensità della sostanza bianca aumenta con l'età.
L'analisi continua nella seconda parte dell'articolo, che sarà pubblicato nel numero di settembre.
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Incontra gli Esperti
Richard Moon, MD, si è laureato in medicina presso la McGill University di Montreal, Canada. È professore di anestesiologia e medicina e direttore medico del Centro di Medicina Iperbarica e Fisiologia Ambientale presso il Duke University Medical Center a Durham, N.C.
Kay Tetzlaff, MD, è professore associato di medicina nel dipartimento di medicina dello sport presso l'università di Tubinga, in Germania, e consulente di medicina iperbarica e subacquea.
Günalp Uzun, MD, è professore associato di medicina subacquea e iperbarica presso il GMMA Haydarpasa Teaching Hospital di Istanbul, in Turchia.

14 gennaio 2019

Attenti al ghiaccio!!!


di Dott. R. Paglialunga

Quando le temperature vanno sotto lo zero e scende la neve, ciò che rimane la mattina sulle strade non è altro che un infido e quasi invisibile strato di ghiaccio. Scivolare e cadere sopra una lastra congelata può essere molto doloroso e causare delle contratture muscolari o, nei casi peggiori, delle fratture, specialmente nella regione posteriore. La cosiddetta caduta sul sedere infatti può determinare un rottura dell’osso sacro o meglio del sacro-coccige (la parte terminale della colonna vertebrale).

Pillole di anatomia
Il coccige è un piccolo osso, posto alla base inferiore dell’osso sacro, è costituito da 4 a 6 segmenti fusi tra loro, che non presentano le normali caratteristiche delle vertebre. La struttura del primo segmento è unica: presenta degli  abbozzi dei processi trasversi e dei processi articolari, definiti corni del coccige, situati posteriormente alla base e che si articolano con i corni dell’osso sacro. Guardando una normale radiografia, si nota una forma leggermente arcuata verso il basso, che ricorda un abbozzo di coda, forse in ricordo della presenza in altre età evolutive.

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Se il trauma è stato di una certa importanza e, di conseguenza, il dolore è molto forte e persistente occorre:
·         non sottovalutare il dolore, perché i traumi, se non curati adeguatamente nelle primissime fasi, possono anche portare a dolori cronici resistenti alle terapie;
·         sottoporsi a un controllo in pronto soccorso per verificare con esami radiografici la presenza o meno di una eventuale frattura in questa regione;
·         verificare che il trauma all’osso sacro non abbia indotto la cosiddetta “coccigodinia”, una condizione che può compromettere le normali attività quotidiane e non regredisce con il riposo;
·         verificare se siano presenti anche dolori in altre parti del corpo correlabili con il trauma stesso (soprattutto a polsi, mani e alla colonna vertebrale), per non rischiare che lesioni secondarie conseguenti all’impatto vengano scoperte troppo tardi.

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I traumi al coccige, se trascurati e non curati adeguatamente nelle primissime possono portare a dolori cronici, talora difficili da risolvere, come la “coccigodinia”.

Sintomi della coccigodinia
Dolore: è il più importante e quello più fastidioso! Il soggetto con un dolore al coccige o al sacro, avverte generalmente fastidio quando si inchina e siede su una sedia o peggio su una superficie dura, ma in alcuni casi, per un gioco di tensioni articolari e fasciali, il soggetto avverte dolore nella zona anche nella posizione eretta. Talvolta questa condizione favorisce anche la comparsa di mal di schiena, e infatti, in una anamnesi è certamente interessante valutare eventuali traumi diretti in zona e valutare la mobilità del coccige.
Mal di schiena basso: nonostante il coccige sia un osso non fondamentale, risulta connesso al sacro, determinando delle tensioni che possono provocare male alla schiena anche in posizione eretta.
Stipsi o disturbi dell’evaquazione: spesso durante la valutazione vengono messe in evidenza problematiche di stipsi, non completa evaquazione legata al fatto che il paziente avverte dolore e inconsciamente contrae la muscolatura ghigliottinando le feci e facendo persistere il senso di non svuotamento dell’ampolla rettale. La causa del dolore è legata alla presenza di collegamenti tra coccige e muscolatura responsabile dell’apertura dell’ano.
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Problemi sessuali: la sfera sessuale può essere coinvolta dalla coccigodinia per una lesione o irritazione del nervo pudendo, responsabile dell’erezione.
Cura della coccigodinia
La Cura della coccigodinia è una pratica che non tutti possono eseguire. Certamente la Terapia manuale risulta essere la più efficace e probabilmente la più indicata in questo problema andando ad agire sia sulla zona dolente del coccige, sia sulle strutture adiacenti e sui legamenti che spesso sono interessati nel processo doloroso. La valutazione del problema da parte del fisioterapista risulta essere fondamentale, e probabilmente è già il 50% della risoluzione in quanto mediante test e manipolazioni riusciamo a comprendere quale e quali strutture sono coinvolte nel processo doloroso. Per raggiungere le aree legamentose sarà necessario un controllo e conoscenza dell’anatomia andando a palpare e in seguito trattare mediante specilli e strumenti piccoli che riescono a dare una certa specificità all’intervento.
Risultati immagini per coccigodinia

Cosa fare subito dopo il trauma?
Pertanto, nell'evenienza di una scivolata con caduta sul sedere, ecco come intervenire immediatamente:
·         applicare ghiaccio sull'area dolente;
·         evitare sforzi che coinvolgano la colonna vertebrale e quindi anche l’osso sacro;
·         sedersi utilizzando dei cuscini cavi nel centro (a ciambella) o assumere posizioni cosiddette “ergonomiche”, che permettano cioè all'osso sacro di non subire schiacciamenti;
·         dormire a pancia in giù per evitare il sovraccarico dell’area che ha subito il trauma;
·         in caso di bisogno e su prescrizione medica, assumere antidolorifici per bocca.

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Non ti improvvisare medico di te stesso o crocerossina!!!
Affidati sempre ad uno specialista e segui le sue indicazioni.
Se vuoi conoscere le manovre corrette da impiegare in caso di trauma o per eseguire una adeguata analisi della situazione e gestirla al meglio, SEGUI UN CORSO BLSD e FIRST AID per il primo soccorso.

10 ottobre 2018

Sto assumendo questo farmaco... Posso immergermi?


di B. Harper


Una delle domande più frequenti che viene rivolta ai medici DAN è se sia sicuro immergersi mentre si assume un particolare farmaco. La risposta a tale domanda non è quasi mai semplice.
Molti subacquei danno per scontato che il DAN abbia un archivio di dati riguardanti gli effetti dell'ambiente subacqueo sui vari farmaci. Sfortunatamente, tali dati non esistono. Problematiche etiche precludono sperimentazioni di ricerca ufficiali che potrebbero valutare l'effetto dei farmaci sui subacquei in carne ed ossa sottoposti all'ambiente sottomarino. I resoconti aneddotici di incidenti subacquei sono di valore limitato per stabilire se sia sicuro immergersi mentre si assume un particolare farmaco; generalmente, esistono troppi fattori fisici e fisiologici implicati per consentire di isolare una singola variabile.


Ciò non significa che sia impossibile offrire consigli validi quando viene posta tale domanda. Prendendo in considerazione la condizione medica trattata, le sollecitazioni fisiche alle quali è sottoposto il corpo umano nell'ambiente subacqueo e gli elementi noti su un determinato farmaco derivanti da sperimentazioni cliniche condotte sulla terraferma, si possono fare delle raccomandazioni sull'idoneità ad immergersi mentre si assumono determinati farmaci.


Considerazioni Generali
Quando i subacquei fanno domande al DAN circa l'uso di farmaci in immersione, spesso sono preoccupati della probabilità che alcuni effetti collaterali possano verificarsi in profondità. Teoricamente, è possibile che alcuni farmaci possano potenziare o essere potenziati dall'effetto narcotico dell'azoto. Un subacqueo dovrebbe considerare tale possibilità se pianifica di immergersi ad una profondità superiore ai 24 metri mentre assume un farmaco le cui avvertenze mettono in guardia dal consumo di alcolici o l'uso di macchinari pesanti. A parte tale preoccupazione teorica, non esistono sospetti fondati che indichino che la maggior parte dei farmaci possano provocare specifici pericoli biologici causati dall'immersione, la pressione o le miscele di gas respirabili. E' comprensibile che i subacquei siano in ansia per i possibili effetti collaterali che potrebbero verificarsi durante l'immersione, ma i medici specializzati considerano più importante capire se la condizione medica preesistente possa rendere le immersioni meno sicure. È più probabile che sia la lesione o patologia trattata e non i farmaci ad impedire che una persona possa immergersi. 
Non è inconsueto assistere ad un peggioramento della forma fisica in persone che seguono trattamenti per una patologia. Anche se la subacquea in sé è un'attività rilassante per la maggior parte dei subacquei ricreativi, sollevare e indossare attrezzatura pesante, come anche entrare e uscire dall'acqua possono essere attività faticose. I subacquei devono avere sempre la capacità fisica di lottare contro una corrente, nuotare in superficie per lunghi tratti o aiutare un compagno in caso di emergenza. Non devono incorrere in barotraumi a causa di una congestione nasale e non devono presentare sintomi come intorpidimento, formicolio o dolore, che potrebbero essere confusi con una malattia da decompressione (MDD) dopo l'immersione.
In aggiunta alle ripercussioni della condizione medica preesistente, è importante prendere in considerazione se il subacqueo ha avuto effetti collaterali causati dal farmaco, da quanto tempo ha assunto il farmaco e quali altri farmaci sta assumendo. Prima di immergersi mentre si assume un particolare farmaco, la persona deve prima averlo provato sulla terraferma. Per la maggior parte dei farmaci su ricetta, si raccomandano 30 giorni per assicurarsi che la dose sia corretta e rivelare possibili effetti collaterali. Almeno un medico dev'essere al corrente di tutti i farmaci che l'individuo sta assumendo per minimizzare il rischio di un'interazione fra sostanze. Un subacqueo con effetti collaterali che causano distrazione o una diminuzione delle capacità cognitive non deve immergersi.
In aggiunta a tali considerazioni generali, esistono domande ed elementi di riflessione specifici e rilevanti ai particolari tipi di di farmaci. Le seguenti domande e considerazioni devono essere affrontate durante la valutazione da parte del medico e l'autovalutazione da parte del subacqueo.

Farmaci per dolori ortopedici e rilassanti muscolari 
• Il dolore o la mobilità ridotta può causare distrazione o limitazioni fisiche durante l'immersione?
• L'attrezzatura pesante può causare il peggioramento di una lesione?
• Gli effetti collaterali di forti analgesici possono ridurre la prontezza o le capacità cognitive di un subacqueo?
• Sintomi come indolenzimento, intorpidimento o formicolio possono essere confusi con una MDD dopo un'immersione?

Farmaci neurologici
• Le capacità fisiche del subacqueo risultano ridotte?
• Il subacqueo ha mai avuto una crisi epilettica?
• Uno dei medicinali assunti dal subacqueo può provocare effetti collaterali che potrebbero essere confusi con una MDD?


Farmaci psichiatrici
• I sintomi o gli effetti collaterali di un medicinale possono compromettere la capacità di giudizio, il comportamento, le capacità cognitive o l'abilità di gestire lo stress?
• La condizione del paziente è gestita con successo o in remissione?

Farmaci gastrointestinali
• Il paziente è a rischio di avere gas intrappolato che può causare un barotrauma in risalita?
• Il subacqueo è disidratato a causa di vomito o diarrea?

Un subacqueo dovrebbe considerare tale possibilità se pianifica di immergersi ad una profondità superiore ai 24 metri mentre assume un farmaco le cui avvertenze mettono in guardia dal consumo di alcolici o l'uso di macchinari pesanti.

Farmaci cardiovascolari

• Lo stato di salute cardiovascolare del paziente e la sua capacità di fare esercizio fiscico sono sufficienti per immergersi in sicurezza?
• Serve un elettrocardiogramma (ECG) sotto sforzo per confermare la sua idoneità cardiaca?

Farmaci respiratori, inclusi i corticosteroidi per inalazione

• Esistono ragioni per sospettare che ci sia dell'aria intrappolata o ridotte capacità respiratorie in immersione?
• Le persone che soffrono di asma devono fare un test di provocazione bronchiale, che consiste nel controllare la funzione polmonare prima e dopo l'esercizio fisico in ambiente clinico.

Decongestionanti, antistaminici e steroidi intranasali

• Il subacqueo è congestionato (e quindi ha maggiori probabilità di soffrire un barotrauma)?
•  E' stato affetto da congestioni recentemente?
• Se l'effetto del farmaco dovesse svanire in profondità, potrà causare problemi?
• In che modo l'effetto potenzialmente sedativo degli antistaminici può influire sul subacqueo? 


Ormoni, insulina e farmaci usati per trattare il diabete
• I livelli ormonali del paziente sono stabili e vicino alla normalità?
• Il subacqueo diabetico è a rischio di ipoglicemia facendo esercizio fisico?
• I subacquei con il diabete devono essere in buona salute e forma fisica ed essere esperti nella gestione dei livelli di glucosio nel sangue mentre fanno esercizio fisico.
Antibiotici
• Il paziente ha una patologia o un'infezione che potrebbere essere complicata dalle immersioni?
Farmaci chemioterapici
• La persona è fisicamente idonea a fare immersioni?
• Il cancro ai polmoni comporta una particolare attenzione.
• Generalmente i cateteri non rappresentano un problema, ma devono presentare una buona imbottitura.
Questi punti devono essere presi in considerazione sia nel contesto dei sintomi della condizione medica che in quello degli effetti collaterali dei farmaci usati per trattarla. L'attenzione dev'essere posta sulla possibilità che uno dei fattori possa causare la riduzione delle capacità fisiche, cognitive, di giudizio o dei tempi di reazione del subacqueo. Questa lista non è assolutamente esaustiva, ma evidenzia alcune delle problematiche che accompagnano determinate condizioni mediche e i farmaci usati per trattarle.
Qualsiasi condizione medica o farmaco usato deve indurre un subacqueo a chiedere l'approvazione del medico prima di fare immersioni.
Come sempre, DAN è a disposizione per discutere le preoccupazioni pertinenti a lesioni, patologie e ai farmaci usati per trattarle. Se avete delle domande, scrivete una email a: medical@daneurope.org.

Questo articolo è apparso la prima volta su Alert Diver edizione cartacea Q1 2016


2 ottobre 2018

COME PROCEDE IL NOSTRO BLOG??? FACCIAMO DUE CONTI…

di R. Paglialunga

Carissimi lettori, frequentatori e anche voi che per sbaglio siete inciampanti o incappati nel nostro blog,
anzitutto a voi porgiamo i nostri ringraziamenti, perché se noi siamo ancora qui a scrivere e comunicare con voi è solo grazie alla VOSTRA presenza continua e al VOSTRO aiuto.
Abbiamo deciso ad oramai 1 anno e 7 mesi (un po’ di più) di fare un minimo punto della situazione e verificare se effettivamente il nostro blog “Corsi di formazione DAN EUROPE” sta effettivamente svolgendo il ruolo per cui è stato creato e pensato: informare e rendere partecipe più possibile la comunità sull’importanza del primo soccorso e sulla necessità di frequentare un corso attinente valido e di qualità.
Possedere il brevetto di soccorritore infatti (BLSD – Basic Life Support and Defibrillation) non significa (ahimè) possedere le conoscenze e le capacità giuste atte al primo soccorso.
La legge italiana obbliga oggi moltissime strutture ed associazioni, pubbliche e private, ad essere proprietari di un DAE (Defibrillatore automatico esterno, o almeno ad averlo fisicamente presente in sede. Tuttavia come spesso accade nel bel Paese, l’utenza ha recepito tale codice non come un segno di cultura generale, ma come l’ennesimo obbligo istituzionale… una cosa inutile… A tal proposito quindi molti decidono di “comprarsi” il brevetto da soccorritore senza frequentare nessun corso ad hoc o seguendo le lezioni il più rapidamente possibile. Niente di più sbagliato!!!
Noi nel nostro piccolo abbiamo cercato di diffonde le nostre informazioni, conoscenze e capacità. Ovviamente nel rispetto della privacy e delle leggi. Non sempre siamo stati apprezzati, ma TUTTI coloro che ci hanno dato fiducia, sia leggendo il nostro blog, sia frequentando almeno uno dei nostri corsi, sono rimasti entusiasti. Scusate ma sono queste le soddisfazioni che vogliamo e che ci prefiggiamo ogni giorno.
Vi lasciamo con alcune statistiche.
Numeri a parte, la cosa che più ci fa pensare e ci rincuora sta nel vedere i POST maggiormente letti e visualizzati. Non sono infatti i soli articoletti pubblicitari o poveri di contenuti, tutto il contrario. Il primato infatti è stato raggiunto dall’argomento forse più importante, RCP su donne in gravidanza. Di sicuro ci aspettavamo una lettura da parte di molti, ma vederlo i vetta ci ha reso davvero fieri, di noi e del nostro pubblico, di VOI.
Grazie a tutti VOI.








23 luglio 2018

Bagno dopo mangiato: un falso mito da sfatare

di R. Paglialunga

Alzi la mano chi non ha sentito da bambino almeno una volta la frase: "Non fare il bagno dopo mangiato". Tormentone di grandi e piccini, stiamo parlando delle classiche due/tre ore di attesa sotto i raggi infuocati ad aspettare che la digestione faccia il suo corso.


Cosa centra la digestione?

“Il fattore digestione è poco rilevante, il problema principale è la centralizzazione della circolazione. Ovviamente centralizzando la circolazione, regioni come l'intestino vengono messe in secondo piano rispetto al cervello e al cuore”
Queste sono le parole del Dott. Marco Delli Zotti.

Il rischio paventato da sempre è la congestione, ossia il blocco della digestione dovuto allo sbalzo termico tra la temperatura corporea e quella dell’acqua di mare. Congestione che, va sottolineato, non è un'esclusiva del tuffo in mare: analoghi rischi ci sono anche per avere consumato una bibita molto fredda o nel passaggio da un ambiente caldo a uno con aria condizionata alta.
Ma è davvero così? Nessuno studio lo dimostra. Questo però non significa che tuffarci dopo un’abbuffata sia una buona idea.
Curiosamente, la regola delle tre ore è più una preoccupazione nostrana che di altri Paesi, dove magari si suggerisce di aspettare un’ora.
Di fatto, i dati scientifici sulla connessione tra i pasti prima del bagno e il rischio annegamento sono pochi, tanto che la International Life Saving Federation definisce infondata la raccomandazione di evitare il bagno dopo i pasti.

L’annegamento nei giovani

Tra le principali cause di morte nel Mondo nei ragazzi c’è anche l’annegamento. Nei bambini questa causa raggiunge 1/3 dei casi, persino in piscina. Uno dei principali fattori di rischio è lo shock termico, lo sanno bene anche gli atleti che prima di tuffarsi in piscina fanno una doccia fredda. 

L’improvviso calo di temperatura è determinante, si deve soprattutto all'acqua che arriva alla testa. Tutti quanti avrete sperimentato la situazione in cui al mare qualcuno vi getta per scherzo una secchiata d'acqua alle spalle. Non tutti trovano la cosa divertente, la sensazione è piuttosto brutta, ci manca il fiato. Immaginate che questa sensazione duri qualche secondo di più, in mezzo al mare potrebbe costarvi la vita. Così i bagnanti adulti per esperienza avranno imparato che è bene bagnarsi gradualmente prima di tuffarsi, anche senza conoscere le casistiche di annegamento. Ma ci sono certamente tanti altri fattori di cui tener conto.

Consumare alcolici è più rischioso???

Nel 70% dei casi di annegamento troviamo situazioni in cui vengono consumati degli alcolici. I maschi sarebbero più a rischio delle femmine, risultando maggiormente a contatto con l’ambiente acquatico; inoltre consumano più alcol, che è uno dei principali fattori di rischio per l'annegamento.
Assumere alcolici infatti – come spiega il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica (Epicentro), dell'Istituto superiore di sanità – riduce la capacità di affrontare una situazione rischiosa come l’annegamento, inoltre si tende a sottovalutare questo fattore di rischio. Quel ch’è certo, per i bambini – sempre secondo Epicentro – è che la mancanza di sorveglianza è notevolmente più rilevante del pasto consumato e del lasso di tempo tra il consumo e il bagno.

Buon Senso

Anche se i rischi di annegamento vero e proprio vengono da ben altri motivi, e il buon senso (quanto si è mangiato, quanto è fredda l’acqua) è il più utile metro per regolarsi, c’è però da dire che le canoniche tre ore di attesa tra il pasto e il bagno non sono una regola di prudenza campata in aria.
Consideriamo i tempi medi di permanenza dei cibi nello stomaco: un succo di frutta ci mette al massimo venti minuti per passare all'intestino, la frutta impiega circa mezz'ora (20 minuti l’anguria, 40 le mele), la verdura cruda 30-40 minuti, quella cotta 45-50, le patate 60.


I carboidrati vengono generalmente digeriti nel giro di un’ora. Anche al latte scremato e ai formaggi freschi basta un’ora circa, mentre per i formaggi stagionati ce ne possono volere anche 4 o 5.
Se il pasto consumato è a base di pesce, un’ora è più che sufficiente per la digestione, mentre per una bistecca di manzo ne servono 3 o 4, e fino a 5 per il maiale.

Le regole da seguire

Fermo restando che sulla questione esistono solo punti di vista, espressi da vari medici, e non una fonte autorevole a cui affidarsi, il Ministero della Salute nell'ambito del progetto "Educazione acquatica" ribadisce la necessità di attendere almeno tre ore prima di buttarsi in acqua. Ma ecco una serie di consigli per affrontare il momento del bagno in completa sicurezza: 
  • Mai da soli in acqua. Porta sempre qualcuno in acqua che possa intervenire in caso ti sorprenda un crampo, uno spavento, uno svenimento o un trauma anche lieve. 
  • Occhio al freddo: entrate in acqua gradualmente. Il freddo, in acqua, è il vero nemico. Quando la differenza tra la temperatura del corpo e quella dell’acqua è molto alta, lo shock termico può portarti allo svenimento e a un potenziale annegamento. Evita questo rischio entrando in acqua gradualmente, dando tempo al vostro corpo di abituarsi. 
  • Solo pasti leggeri. Non ti diremo di aspettare mezz’ora, due o tre ore dopo un pasto per entrare in acqua: non ci sono prove che questo eviti malesseri, o peggio, ti metta a rischio di crampi e annegamento. È vero però che il pasto impegna gli organi deputati alla digestione, che chiedono quindi un maggior apporto di sangue, a discapito della periferia del corpo e dell’apparato muscolare. Nonostante il nostro fisico sia in grado di far fronte a tutte queste necessità, meglio non impegnarlo in una lunga nuotata o in tuffi dagli scogli, specie se l’acqua è fredda. Per evitare problemi di digestione e di affaticamento, evita i pasti pesanti in spiaggia, in modo da poter entrare in acqua senza remore e senza aspettare ore al sole. 
  • Niente alcol. L’alcol andrebbe evitato. I dati dicono che l’ingestione di alcol aumenta il rischio di annegamento, proprio per l’effetto negativo che le bevande alcoliche hanno su riflessi e attenzione. 
  • Se non ti senti al meglio, non entrare in acqua. Uno stato psicofisico non ottimale può esporti a inutili rischi, specie se le condizioni meteo non sono buone e il mare è mosso. 
  • Dosa le forze. Quanto si entra in acqua è necessario essere consapevoli delle proprie capacità e mai spingersi oltre in sforzi eccessivi. Ricordati che una volta arrivati alla boa, bisogna tornare indietro. E se non sei un abile nuotatore, non spingerti al largo, dove il pericolo è maggiore. 

Come intervenire in caso di necessità???

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Non è una diceria ma una realtà... un corso e un minimo di conoscenza anatomica possono fare la differenza. E se la vita da salvare fosse proprio la tua??? Non vorresti che qualcuno fosse pronto e abile a soccorrerti???

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21 giugno 2018

Allarme Caravella Portoghese nel Mediterraneo

di Dr. Ulrich van Laak

La Caravella Portoghese, così viene chiamata questa medusa dell'Atlantico, non solo ha un melodioso nome latino (Physalia physalis), ma anche un'anatomia estremamente bella. Non è una vera e propria medusa, ma un'unione di tanti singoli polipi. Per questo in inglese viene chiamata letteralmente "stato di meduse". Ogni singolo polipo ha sviluppato una propria specializzazione: la navigazione, la digestione e naturalmente, speciali sistemi di protezione, oltre a un apparato tentacolare urticante per l'attacco e la difesa. Quest'opera d'arte della natura può operare solo come colonia. I singoli polipi da soli non riescono a sopravvivere. La colonia presenta dei corpi galleggianti (pneumatoforesi) e una specie di vela gonfia. Questa è di uno splendido blu-violetto luccicante, quasi puro come un cristallo di roccia e serve per la navigazione sulla superficie dell'acqua. I tentacoli urticanti di questa maestosa medusa possono arrivare ad una lunghezza di oltre 10 metri. Gli esemplari più piccoli con una "superficie della vela", per esempio, di soli 10 cm hanno comunque tentacoli che misurano fino a 2 metri. I tentacoli si estendono in acqua per parecchi metri e sembrano composti da tante perline. Ogni 'perlina' contiene organi urticanti specializzati (nematocisti), che causano punture debilitanti.
Ma basta elogi ora, perché chiunque venga a contatto con questi tentacoli si accorge di quanto diventi insignificante la puntura delle Meduse Criniera di Leone del Mare del Nord e del Mar Baltico in confronto. Il dolore causato dalla caravella portoghese si può definire il "dolore perfetto".
E così dev'essere, dal punto di vista della caravella portoghese, perché la preda deve restare immobile se la colonia vuole riuscire a cibarsi...



Maiorca: un nuovo attacco?

Sebbene l'allarme nel Mediterraneo sia giustificato, di certo non riguarda il surriscaldamento globale, perché nel 1975, da futuro diplomando in studi scientifici, ne ho potuto ammirare ed esaminare con entusiasmo diversi esemplari spiaggiati sulla costa del Mare del Nord, nelle Isole Frisone Orientali. Com'è stato possibile? Nel 1975, interi banchi di meduse atlantiche si sono arenati al largo delle isole Frisone Occidentali e Orientali dei Paesi Bassi.
La Caravella Portoghese non ama il caldo, quindi occasionalmente cerca acque più fredde. Il Mediterraneo non é neanche nella fase del primo attacco. C'è già stata un'ondata di attacchi a Maiorca. Chiunque oggi sa cosa possono fare le caravelle portoghesi lì.
Questa colonia di meduse si comporta come un essere aggressivo-agonizzante, che espande il suo territorio a piacimento, vagando alla deriva, sospinto dal vento e dalle condizioni marine.
Sospetto però che sia, in realtà, essa stessa a controllare il tutto.



Avvelenamento da Caravella Portoghese

Il veleno sprigionato in dieci millesimi di secondo da questo tiratore scelto è altamente tossico e letale per i piccoli organismi marini. L'obiettivo è ovviamente quello di riuscire ad alimentare ed accrescere la colonia. Questa particolare medusa ha scarse competenze in materia di perseguimento penale, ecco perché tutto deve accadere velocemente ed essere il più efficace possibile...
Se una persona subisce la sua puntura, il dolore lancinante, risultato della neurotossina altamente tossica che è presente nel veleno, è talmente forte da non lasciare spazio ad altro. Si dice che paralizzi gli altri organismi marini all'istante. L'uomo, come anche un bambino, è comunque troppo grande e sopravvive all'attacco quasi in tutti i casi. Le rare morti causate sono di natura secondaria, come per infarto cardiaco dovuto a stress o per gravi reazioni allergiche associate al veleno. L'unica medusa che rappresenta una minaccia per la vita umana è la Cubomedusa del Pacifico (Chinorex fleckeri), il cui veleno, presumibilmente uno dei più forti in natura, può uccidere anche gli adulti.
Dopo la dolorosa puntura della Caravella Portoghese, si sviluppano gravi lesioni cutanee nella zona interessata, cioè dove il dolore fortissimo era stato avvertito in precedenza. Il paziente ha quindi assoluto bisogno di una terapia dermatologico-tecnica a base di cortisone, in modo che possa essere contrastata la formazione di cicatrici antiestetiche.


Primo soccorso dopo la reazione urticante

L'articolo dovrebbe fornire chiare indicazioni sul corretto trattamento iniziale. Il discorso però è complicato, perché da quando faccio parte del settore medico-subacqueo, e cioè da quasi 4 decenni, mi sono imbattuto in pubblicazioni che propongono rimedi audaci, spesso ripetuti ma mai comprovati. Qualche esempio: lievito in polvere, schiuma da barba, risciacquo con acqua dolce, risciacquo con urina, alcol.... Tutto questo si crede che possa neutralizzare l'attacco velenoso della medusa.
Di certo portate sempre lievito e schiuma da barba insieme alla vostra attrezzatura subacquea, vero? In caso contrario, almeno non dimenticate urina, acqua dolce o alcol. Mi spiace però affermare che non serviranno a nulla, perché nessuno di questi rimedi funziona. Semmai, non faranno che peggiorare le cose.

Chiediamo alla scienza

Fortunatamente, dal 2017 esistono rimedi provati sperimentalmente.
Se è vero che la puntura di Caravella Portoghese provoca forte dolore, fortunatamente colpisce con cautela, perché usa solo l'1% della sua potenza di fuoco. Ciò significa che la maggior parte dei suoi organi urticanti rimane inattiva. Se già all'1% fa così tanto male e causa lesioni cutanee così brutte, cosa succederebbe se l'intera armata si ribellasse? Un disastro. Si è quindi capito che è importante mantenere il 99% del suo potere velenoso dormiente durante il primo soccorso.
Come indicato dagli scienziati delle Hawaii, i "rimedi della nonna" come lievito in polvere, schiuma da barba, urina, acqua dolce e alcol fanno sì che la Caravella Portoghese abbia a disposizione anche il rimanente 99% della sua potenza di fuoco, perché i tentacoli già strappati molto tempo prima (giorni!) sono veri e propri organismi indipendenti.
Un antidoto sicuro all'emissione velenifera della Caravella Portoghese é il normale aceto domestico non diluito. Si dovrebbe sempre portarlo con sé, quando si è in zone dove vive questo organismo. E' necessario almeno il 5% di acido acetico, non diluito. Se l'aceto puro non è disponibile, l'acqua salata è il modo migliore per sciacquare via le cellule urticanti. È disponibile ovunque, perché la puntura, quando si verifica, non può che essere associata all'acqua salata. Per contro, lo sfregamento con sabbia e la raschiatura delle cellule urticanti con il dorso di un coltello potrebbero collocarsi nella fascia del 99% di falsi rimedi che scatenano ulteriori reazioni urticanti.



Minimizzare il rischio

Prevenire è molto semplice: indossare una protezione completa in neoprene.
Nelle zone dove sono state individuate Caravelle Portoghesi, i subacquei dovrebbero sempre immergersi con muta lunga, cappuccio e guanti. I soccorritori dovrebbero almeno indossare i guanti, perché anche solo sfiorare i tentacoli provoca la stessa reazione e gli stessi rischi di un contatto dal vivo con la medusa.
Se qualcuno avvista una caravella portoghese, che di solito è facilmente riconoscibile dalla sua vela, è necessario mantenere un'ampia distanza e, se necessario, avvertire le persone nelle vicinanze. I bambini che fanno il bagno sono più a rischio degli adulti, a causa della loro bassa massa corporea.
Una bottiglia di aceto domestico è il miglior trattamento immediato sul punto colpito dalle cellule urticanti. E' opportuno averlo sempre a portata di mano nelle aree a rischio. In caso contrario, sciacquare i tentacoli / cellule urticanti con acqua di mare, ma senza strofinare. Solo pochissime cellule urticanti vengono attivate quando la parte brucia e provoca dolore. Qualsiasi altra azione può solo aggravare l'evento, attivando le cellule urticanti ancora dormienti. Se doveste avere la sfortuna di essere punti, ricordate: mantenete la calma, il contatto con la Caravella Portoghese non è per nulla piacevole, ma mai fatale.